Simona Cozzupoli: origami, meraviglia e sincronicità
Un foglio di carta che si trasforma in una gru o in una barchetta. Una scatola dimenticata in un mercatino che diventa lo scrigno di un cielo in miniatura. Un collage che mescola gioco e riflessione, infanzia e filosofia, oggetti trovati e simboli antichi. Nell’universo artistico di Simona Cozzupoli, ogni elemento si piega – letteralmente e metaforicamente – per raccontare storie sospese tra memoria e immaginazione, in bilico tra sogno e realtà.
Indice
A partire dall’arte dell’origami, l’artista costruisce micromondi che evocano la meraviglia dell’infanzia e la nostalgia dell’effimero, in un continuo dialogo con la tradizione giapponese, l’arte concettuale occidentale e l’estetica del collezionismo d’antan. Le sue opere, spesso racchiuse in teche, diorami o cornici vintage, sono piccoli teatri della visione che invitano a un’osservazione lenta e a una partecipazione attiva, quasi investigativa.
In questa intervista ci accompagna dietro le quinte del suo processo creativo: dalla scoperta dell’origami come linguaggio espressivo alla scelta dei formati, dal “gioco ermeneutico” dei rebus oggettuali alla ricerca di materiali nei mercatini dell’usato, fino ai collage nati durante la pandemia, dove la natura si riprende lo spazio urbano e creature immaginarie prendono vita tra asfalto e aiuole. Un percorso costellato da sincronicità, indizi visivi e citazioni letterarie, dove il confine tra arte e vita si fa sempre più sottile – come una piega sulla carta.
Origine dell’arte piegata
Domanda: La carta è un materiale semplice, ma nel tuo lavoro assume una forma poetica e tridimensionale, diventando il punto di partenza per creature immaginarie, installazioni e micro-mondi. Quando e come è nata l’idea di usare l’origami come linguaggio artistico? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che sarebbe diventato il tuo mezzo espressivo?
Simona Cozzupoli: Ho iniziato a usare l’origami nelle mie creazioni artistiche molto tempo fa, intorno al 2015, quando ho realizzato la mia prima serie di micromondi intitolata “La stanza dei giochi e delle meraviglie”, dove protagoniste erano le bamboline souvenir anni ’60 (quelle di plastica con gli occhi mobili vestite con i costumi tradizionali delle regioni italiane o delle nazioni del mondo), all’interno delle loro stanze-scatole dei giochi. Volendo evocare la dimensione ludica tipica dell’infanzia, mi era venuto spontaneo ricorrere agli origami della barchetta, della gru, del ventaglio e dell’indovino, che in molti di noi ricordano di aver piegato da bambini.
Dal momento che le scatole in cui ho realizzato queste composizioni erano di piccole dimensioni, è stato naturale pensare di creare degli origami in miniatura, così ho dato vita a delle mini-stanze tematiche con la bambolina circondata da numerose versioni dello stesso origami, mostrato anche nelle sue diverse fasi di piegatura precedenti la forma finale, fasi che mi apparivano altrettanto belle perchè simili a vere e proprie “sculture astratte”.
Sin da allora uno degli aspetti più interessanti che ho trovato in questa antica arte giapponese, è stato il fatto che un foglio bidimensionale possa trasformarsi in un oggetto tridimensionale, in una “scultura di carta”, suscitando meraviglia. E proprio il concetto di meraviglia, strettamente connesso a quello dell’infanzia, è diventato da allora il filo conduttore di tutta la mia ricerca artistica.
Un percorso …
In seguito ho abbandonato le bamboline, ma ho continuato a utilizzare gli origami, che sono diventati i protagonisti di nuove serie di opere intitolate “Templum” e “Navispicio”, che a marzo di quest’anno (2025) sono state esposte nella mostra “Origami in miniatura” al Consolato Generale del Giappone a Milano, cui sono poi seguite altre due tappe, nella galleria d’arte Milonga e alla Libreria Àncora.
Queste composizioni, realizzate all’interno di scatole di legno chiuse frontalmente da un vetro come teche o reliquiari, mostrano porzioni di cielo e di mare, attraversate rispettivamente da gru e barchette origami in miniatura. Il Templum più grande allude a un vecchio televisore che invita lo spettatore a “con-templare”, in senso etimologico, lo spettacolo del cielo. Il “templum” era infatti la porzione di cielo nella quale in antichità si osservava il volo degli uccelli (simboleggiati nei miei diorami dalle gru) per la divinazione.

Il Giappone
In questa mostra il legame tra la mia ricerca artistica e il Giappone non va ricercata solo nel ricorso all’origami, ma anche nel fatto che in queste opere ho voluto evocare un concetto tipico del pensiero giapponese, quello del mono no aware (物の哀れ), espressione difficile da tradurre, ma che è possibile spiegare come “la bellezza dell’impermanenza” o “ la nostalgia per un momento effimero”. L’opera Navigatio vitae (Sulla stessa barca), scelta per la locandina della mostra, è quella più significativa in questo senso: qui la barchetta origami, su cui ho collocato le figure di un uomo e una donna ritagliate da una vecchia fotografia in bianco e nero, diventa metafora del viaggio della vita che tutti noi compiamo sulla Terra e invita a riflettere sulla natura transitoria dell’esistenza e, contemporaneamente, a gioire della meraviglia del reale, dove ogni attimo è unico e irripetibile.
Ormai da tempo, la gru origami è diventata inoltre una sorta di “firma” che accompagna molte mie opere, anche quelle con soggetti diversi, posta vicino al cartiglio su cui mi firmo alla maniera dei pittori rinascimentali: “S.C. ME FECIT”.
Dai mondi in miniatura alle installazioni più ampie
Domanda: Spesso utilizzi scatole, teche e diorami per dar vita a micro-universi sospesi tra sogno e realtà. Come scegli il formato migliore per raccontare una storia?
Simona Cozzupoli: Di solito, quando ho in mente un’opera “narrativa” con le figure delle carte da gioco, scelgo un formato rettangolare orizzontale, che mi dia modo di raccontare visivamente una storia, procedendo da sinistra verso destra, in maniera continua oppure dividendo lo spazio in sequenze, nelle quali si ripetono gli stessi personaggi. Per fare un esempio, in “Vita di San Giorgio” ci sono tre aperture circolari nel passepartout che mostrano tre diversi momenti della vita del santo, con al centro quello più noto, cioè l’uccisione del drago.
Per i cieli preferisco scatole tendenti al quadrato abbastanza profonde, che mi permettano di accentuare l’effetto prospettico. A volte però ho realizzato “Templum” in scatole poco profonde, attratta proprio dalla sfida di creare l’illusione prospettica con pochissimo spazio a disposizione.
Altre serie
Per i “Navispici” trovo perfette le scatolette orizzontali degli shangai perché possono mostrare tanti piccoli cerchi di mare uno accando all’altro e mi permettono di esasperare la miniaturizzazione.
Per quanto riguarda la serie “Età dell’oro”, preferisco cornici dalle linee curveggianti, in particolare quelle ovali vintage con vetro bombato. In queste composizioni, anche se c’è una storia, che tra l’altro rimane aperta alla libera intepretazione, il vero protagonista è il cielo stellato, quindi il formato curvilineo di una cornice ovale o centinata è particolarmente adatto perché allude alla volta celeste.
In generale non ho regole fisse: in molti casi è proprio il formato della scatola o della cornice a suggerirmi l’idea dell’opera, come mi è capitato, ad esempio, per un lavoro recente (oggi alla Galleria L’Affiche di Milano, nella sede di Via Nirone 11) intitolato “Circus mediaticus (Arlecchino iridoforo e il Cavaliere a dondolo)”, dove la forma della ventagliera mi ha fornito lo spunto iniziale, suggerendomi per analogia le immagini dell’arcobaleno e del dondolo, entrambi accomunati dalla forma ad arco.

Materiali e ricerca in mercatini e negozi vintage
Domanda: Nel tuo background ci sono le ispirazioni da Joseph Cornell, Giorgio De Chirico e René Magritte, e si percepisce anche nel modo in cui selezioni oggetti, carte da gioco, foto d’epoca… Ci puoi raccontare il tuo processo di “scavenging”? Quali indizi, sensazioni o coincidenze guidano la scelta di un oggetto che si trasforma in protagonista di un tuo lavoro?
Simona Cozzupoli: Collegandomi a quanto appena detto nella risposta precedente, nella mia ricerca di oggetti interessanti nei mercatini dell’usato entra in gioco la tendenza spontanea a trovare analogie formali. Spesso in questi luoghi ci sono oggetti provenienti dal passato di cui si ignora la funzione o che oggi risultano inutili perché superati e di solito sono quelli ad attirarmi di più perché mi permettono di pensare: “in cosa potrebbe trasformarsi questa forma particolare? A quale altra forma nota assomiglia?”
La meraviglia
Oppure: “Cosa potrebbe contenere una ventagliera a parte un ventaglio? Un arcobaleno. E a cosa assomiglia la forma dell’arcobaleno? Al dondolo, che gli corrisponde specularmente”.
Per fare altri esempi, un barometro a forma di timone mi ha suggerito una versione di “Navigatio vitae (Sulla stessa barca)”, oppure la parte superiore di un pendolo con apertura circolare per l’orologio è diventata un grande “Templum”.
A parte questi esempi, in cui la genesi dell’ideazione dell’opera è facile da spiegare, in generale nelle mie peregrinazioni per mercatini dell’usato, e immagino anche in quelle che faceva Joseph Cornell nella New York di inizio Novecento, ci sono tantissimi fattori che contribuiscono al processo creativo: a volte un’idea che ho già mi permette di “riconoscere”, come per pareidolia, un oggetto indispensabile al mio lavoro, altre volte lo spunto può nascere dall’accostamento casuale e incongruo di due o più oggetti, che crea un effetto spiazzante simile ai quadri metafisici di De Chirico o a quelli surrealisti di Magritte. In molti casi è invece l’oggetto in sé ad essere carico di potenzialità espressive o simboliche, per svariati motivi, anche se al momento dell’acquisto non ho la più pallida idea di come potrò utilizzarlo.

Attrazione per gli oggetti
Spiegare le ragioni dell’attrazione per gli oggetti non è sempre facile, ma credo di essere affascinata da tutto ciò che è in grado di rievocare nostalgicamente un passato felice e malinconico al tempo stesso. Oltre alle cornici ovali di metallo con vetro bombato, che ho nominato prima, a volte compro vecchi macinacaffè a manovella perché mi sembrano oggetti iconici che rinviano a un passato lontano, sia nel tempo che nella forma mentale dell’epoca a cui risalgono, quando il movimento degli oggetti era di tipo analogico e manuale.
Con una di quelle manovelle tre anni fa ho realizzato un “Girafilastrocca”, dove la filastrocca ricorsiva “C’era una volta un re, seduto sul sofà, …”, che abbiamo imparato con stupore da bambini, scorre all’infinito sul rullo che, in un mitico passato, veniva fatto girare da un immaginario “filastroccaio” per intrattenere i bambini prima dell’avvento degli onnipresenti supporti digitali.
In generale, entrare in un mercatino dell’usato è per me sempre emozionante perché non posso mai sapere in anticipo cosa troverò e il bello è proprio questo: l’imprevedibilità della merce e della sua disposizione può essere di per sè uno stimolo fondamentale per nuove idee.
Nel mio processo di ricerca del materiale, quindi, un ruolo importante è svolto dal caso, ma per fare in modo che questo mi sorprenda e inneschi l’ispirazione, e succede spesso, è fondamentale aprirmi mentalmente all’imprevisto e alla serendipità.
Gioco, meraviglia e sincronicità
Domanda: Parli spesso del concetto di “wonder” come accesso alla conoscenza, e di sincronicità, illusione, rebus oggettuali… Che ruolo hanno il gioco e la ricerca del senso nascosto nei tuoi lavori? C’è un esempio preciso in cui il pubblico ha scoperto un “indizio visivo” che ti ha sorpreso o emozionato?
Simona Cozzupoli: I bambini amano l’indovinello, la caccia al tesoro, i giochi dell’illusionista e la finzione (“giocavamo che io ero…”, “facciamo finta che…”). È questa attitudine ludica e teatrale aperta alla meraviglia che mi interessa della dimensione infantile e che cerco di evocare nelle mie opere. Nei rebus oggettuali, per esempio, invito lo spettatore non solo a osservare l’opera nel suo aspetto formale, frutto dell’accostamento stravagante di oggetti scelti unicamente in base alla parola che li definisce, ma anche a partecipare al gioco ermeneutico cercando di risolverli.

Nei “Templa”, invece, creo l’illusione ottica di una profondità maggiore nella scatola utilizzando gru origami di diverse dimensioni, le più grandi in primo piano e le più piccole sempre più in fondo. Anche nel collage “Circus mediaticus (Jolly illusionista)” c’è un effetto di inganno ottico perché il Jolly tiene in mano alcune figure geometriche ritagliate dal dorso delle carte bianco e rosso e le sovrappone allo stesso sfondo da cui sono tratte, senza però farle coincidere.
Le illusioni ottiche hanno sempre un che di giocoso perché ci confondono, ci prendono in giro: si prendono gioco di noi. L’etimologia del verbo “illudere”, dal latino “ludus” (“gioco”), conferma questo interessante legame tra il gioco e l’illusione.
La ricerca
Il ruolo della ricerca del senso nascosto nei miei lavori è quindi un invito a giocare e a recuperare la dimensione infantile della curiosità e della meraviglia, che è anche il punto di partenza di ogni conoscenza, come affermavano in antichità Platone e Aristole in Occidente e Lao Tzu in Oriente.
Per quanto riguarda un esempio in cui l’intervento del pubblico mi ha emozionato, ricordo di essere rimasta piacevolmente sorpresa dall’interpretazione che un visitatore della mia mostra “Micromondi portatili” (nella chiesa più piccola di Milano nel 2022) ha dato di una mia opera, intitolata “La battaglia”.
Questo diorama, particolarmente complesso ed elaborato, mostra lo scontro tra due opposti schieramenti di cavalieri ritagliati dalle carte napoletane su un campo di battaglia pavimentato con i dorsi delle stesse carte. Il visitatore ha interpretato il senso della frase latina “Labor omnia vincit improbus” (“un duro lavoro vince tutte le difficoltà”), scritta su un cartiglio, come un riferimento autoreferenziale allo stesso procedimento realizzativo dell’opera, frutto in effetti di un duro lavoro. Anche se non avevo pensato intenzionalmente a questo significato, l’ho subito trovato molto calzante, come se in qualche modo avessi voluto esprimerlo senza però esserne consapevole.
In questo caso è stato lui a trovare un senso nascosto (anche a me) in una mia opera!
Natura, pandemia e nuove narrazioni
Domanda: Durante il lockdown hai realizzato collage in cui la natura invade Milano (es. Mediolanum Morbi temporibus) e creature ibride come gli “Hyppodoptera”. Quanto questo periodo di isolamento ha trasformato il tuo sguardo sul rapporto tra città, paesaggio e fantasia? E come pensi di approfondire questo dialogo tra arte urbana e vegetazione nel prossimo futuro?
Simona Cozzupoli: All’inizio di quel periodo di isolamento forzato, quando anche la manutenzione del verde pubblico era stata sospesa, uscendo di casa per andare a fare la spesa, passavo sempre davanti a una siepe, che vedevo crescere ogni giorno di più, perdere rapidamente la sua forma “addomesticata” dalle cesoie e diventare sempre più folta e selvaggia.
Accorgermi di persona di quanto in fretta la vegetazione normalmente contenuta dall’uomo possa impadronirsi dello spazio urbano circostante mi ha suggerito l’immagine del Duomo di Milano, allora città “epicentro” della pandemia, invaso da una vegetazione rigogliosa.
Nel piccolo collage tridimensionale “Mediolanum Morbi temporibus” ho voluto condensare l’atmosfera di stupore immobile di quei giorni stranissimi, quando la città mi ha mostrato il suo lato metafisico: mentre tutto era fermo per l’essere umano, la vegetazione continuava a crescere, donando alla città una dimensione primordiale.

L’aspetto fiabesco
E lo stesso avveniva ovunque: nei giardini condominiali, nelle aiuole, nei parchi, negli spartitraffico, ai margini dei marciapiedi e persino nelle crepe dell’asfalto. Suggestionata dal nuovo aspetto fiabesco assunto per certi versi dalla città, ho immaginato che in quei prati potesse nascondersi un microcosmo popolato di animali fantastici.
Ed è così che, sempre nella primavera del 2020, sono nati i collage con i primi “ippodotteri”, piccolissimi cavalli con ali di farfalla, che stanno nel palmo di una mano.Da allora in poi ho continuato a realizzare altri collage con questi soggetti, dando vita anche agli “ippòstraci”, minuscoli cavalli con una conchiglia allungata a spirale sulla fronte, che non vanno confusi con gli unicorni. Per Bottega Brera ho in seguito creato un collage tridimensionale intitolato “Arte e natura”, nel quale la scultura di Canova “Napoleone Bonaparte come Marte pacificatore” appare seminascosta da un groviglio di piante e fiori selvatici.
Trovo che l’accostamento tra sculture e architetture da una parte, frutto dell’arte dell’essere umano, e piante dall’altra, create dalla natura, sia molto interessante sia da un punto di vista formale che concettuale. Credo quindi che questo tipo di ricerca, nata da una contingenza particolare, continuerà anche in futuro.


