E’ una cascina ottocentesca di proprietà del Comune di Milano: muri che parlano, mattoni a vista, un grande giardino che d’estate si riempie di tavoli e voci, e una bocciofila oggi silenziosa ma ancora viva nei ricordi di chi qui ha passato pomeriggi interi. Dal 1963 il locale è registrato come “osteria con cucina”, ma è soprattutto dagli anni Ottanta che diventa un punto di riferimento imprescindibile per il quartiere e per tutta la città.
Oggi, però, questa storia rischia di interrompersi. Il contratto di affitto è scaduto e il Comune non intende rinnovarlo. Nel 2024 la cascina è stata oggetto di un bando di concessione destinato a prevalenti attività sociali con una parte commerciale e con oneri economici non sostenibili per una microimpresa come il Casottel. Mancano poco più di tre anni al riconoscimento ufficiale come “attività storica”: un traguardo che, se raggiunto, potrebbe garantire una tutela maggiore.
Una storia di donne: tre generazioni al timone del Casottel
La storia del Casottel, trattoria milanese, è, prima di tutto, una storia al femminile. Nel 1989 arrivano alla guida nonna Lina, classe 1919, e sua figlia Isa Rebecchi, mantovana d’origine e milanese d’adozione. Lina aveva già gestito una trattoria in Corso di Porta Romana; Isa, invece, diventa l’anima pulsante del locale, la cuoca, la padrona di casa, la memoria vivente della ristorazione popolare lombarda.
Isa ha nutrito Milano con la stessa dedizione con cui Milano ha nutrito lei. In trattoria sono passati tutti: sindaci, operai, impiegati, artisti, famiglie del quartiere, giovani studenti e clienti fedelissimi. E non ha mai negato un piatto caldo a chi non poteva permetterselo. Una Milano solidale, concreta, che non si volta dall’altra parte, ha trovato al Casottel un rifugio e una casa.
Oggi al timone c’è Martina Conte, nipote di Isa. Psicologa di formazione, ha scelto di lasciare la professione per raccogliere l’eredità di famiglia. In questa scelta c’è tutto lo spirito milanese: lavoro, resilienza, senso di responsabilità e cura per gli altri. Martina porta con sé l’ascolto e l’empatia, qualità che al Casottel non sono mai mancate.
Qui possono sedersi allo stesso tavolo un ottantenne che da ragazzo faceva il bagno alla cava di Porto di Mare e un ventenne che riscopre la campagna e le tradizioni: un piccolo miracolo sociale in una ristorazione sempre più segmentata. Questo miracolo di integrazione tra passato e presente e tra anime della città è uno dei motivi percui “Salviamo “Il Casottel” è diventata anche una mia battaglia.
La cucina del Casottel: identità, memoria e resistenza culturale
Parlare di Casottel significa parlare di cucina milanese-mantovana autentica e generosa. Qui non troverete piatti destrutturati o rivisitazioni azzardate: troverete la verità della tradizione.
Nel menu convivono grandi classici come la cassoeula, il risotto giallo con ossobuco, il bollito misto e le polpette al sugo. Piatti che raccontano la storia di una città operaia e borghese insieme, di una Lombardia contadina che non ha mai dimenticato le proprie radici. Ogni ricetta è un gesto d’amore, tramandato di madre in figlia, preparato con materie prime italiane selezionate con cura e lavorate in casa, come una volta.
Sedersi al Casottel significa riscoprire il profumo del soffritto, il rumore delle posate, il vociare delle tavolate. Significa ricordare che la cucina non è solo nutrimento, ma relazione. In un tempo in cui tutto corre e si consuma in fretta, questa trattoria rappresenta un atto di resistenza culturale: custodire la memoria attraverso il cibo.
Un presidio culturale riconosciuto dalla città
Il Casottel non è solo una trattoria: è un luogo della memoria collettiva milanese. Nel 2011 l’ex sindaco Giuliano Pisapia lo ha definito “un posto con un cuore grande”, simbolo di una città che cresce senza dimenticare le proprie radici. Nel suo libro Cambiare Milano si può racconta l’atmosfera unica di questo luogo, capace di coniugare intelligenza, bontà e autenticità.
Negli anni la trattoria è stata citata in guide e pubblicazioni importanti, da Gambero Rosso a Repubblica, da Elle Gourmet Giappone a Zero, fino a volumi dedicati ai “posti sinceri” della città. Un riconoscimento trasversale che conferma il suo valore culturale e identitario.
Il pergolato, il giardino, la sala rustica: ogni angolo è un frammento di “vecchia Milano”, quella delle trattorie vere e delle relazioni autentiche. Casottel chiede semplicemente di restare negli spazi che ne hanno costruito la storia, senza mire di espansione. Anzi, Martina ha dichiarato piena disponibilità a collaborare con il Comune per accogliere iniziative sociali negli ambienti non utilizzati dal ristorante, mettendo a disposizione esperienza e strumenti per laboratori e progetti meritevoli.
Salviamo “Il Casottel”, trattoria milanese, e la raccolta firme
Oggi il rischio è concreto. Senza rinnovo del contratto, la trattoria potrebbe essere costretta a chiudere prima di ottenere il riconoscimento ufficiale come attività storica. E con essa si perderebbe molto più di un ristorante.
È stata lanciata una raccolta firme – disponibile presso il locale e online – per chiedere all’amministrazione di intervenire e riconoscere l’importanza culturale, sociale e identitaria del Casottel. Salvare questa trattoria significa difendere un bene comune, un patrimonio umano fatto di accoglienza, solidarietà e memoria.
“Il Casottel è un posto dove la gente si incontra, si riconosce, si racconta”, dice Martina. E ha ragione. In un’epoca di locali omologati e format replicabili, qui si respira ancora la verità delle relazioni. È un pezzo di città che ha sempre dato più di quanto ha ricevuto.
Come content creator milanese, abituata a raccontare nuove aperture e trend gastronomici, sento che oggi la vera notizia è questa: difendere ciò che abbiamo. Perché la Milano che amiamo non è solo quella che innova, ma anche quella che custodisce. E il Casottel è uno di quei luoghi che meritano di essere non solo protetti, ma coltivati e tenuti vivi per le generazioni presenti e future.
Il grido “Salviamo il Casottel” significa salvare una parte della nostra identità. E Milano, senza i suoi luoghi dell’anima, sarebbe solo una città qualunque.
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