Dalí e la Moda a Palazzo Reale
Quando ho saputo che a Palazzo Reale a Milano sarebbe arrivata una mostra dedicata al rapporto tra Dalí e la moda, ammetto che non sapevo bene cosa aspettarmi. Dalí lo conosciamo tutti per i suoi quadri, per i baffi diventati quasi un marchio di fabbrica e per quel suo universo surreale e un po’ folle. Ma la moda?
Indice
- 1. Dalí e la moda: una storia che comincia molto prima delle passerelle
- 2. Il guardaroba di Gala e quello, decisamente più eccentrico, di Dalí
- 3. Schiaparelli, Chanel, Dior: quando Dalí entra nel mondo della moda
- 4. I gioielli di Dalí: il corpo diventa surrealista
- 5. Abiti, fotografia e performance: Dalí aveva già capito il potere dell’immagine
- 6. La mia visita a Dalí e la Moda a Palazzo Reale
- 7. Tre motivi per vedere la mostra Dalí e la Moda
- 8. Informazioni utili
Poi ho iniziato a visitare le sale e ho capito che, in realtà, la domanda era proprio quella sbagliata.
Perché per Dalí arte, moda, corpo e immagine non sono mai stati mondi separati. Abiti, gioielli, fotografie, scenografie e collaborazioni con grandi stilisti facevano parte dello stesso modo di raccontarsi e di guardare il mondo.
È questo che racconta Dalí e la Moda, la mostra che fino al 31 gennaio 2027 porta a Palazzo Reale oltre 200 opere tra dipinti, abiti, fotografie, gioielli, accessori e filmati. E, devo dire, è un modo davvero interessante per scoprire un Dalí che forse conosciamo meno.
La sua immagine, il suo modo di vestire, le collaborazioni con stilisti e maison, il rapporto con Gala, la fotografia, il teatro e persino la costruzione del personaggio pubblico fanno parte di un unico universo creativo.
Ed è proprio questo il punto di vista scelto dalla mostra: raccontare Salvador Dalí come artista totale, capace di trasformare anche la moda in uno strumento per reinventare il corpo, l’identità e la percezione della realtà.
Dalí e la moda: una storia che comincia molto prima delle passerelle
La prima cosa che mi ha colpito della mostra è proprio questa: il rapporto tra Dalí e la moda non nasce come una collaborazione occasionale con qualche grande stilista.
L’abbigliamento, per lui, è stato fin dall’infanzia uno strumento per costruire la propria identità.
E quando nel 1929, nella sua vita arriva Gala, donna amata, manager e musa ispiratrice, questa ricerca diventa ancora più evidente. La coppia costruisce una vera e propria immagine pubblica, fatta di abiti, accessori, fotografie e apparizioni studiate, in un gioco continuo tra realtà e rappresentazione.
A Palazzo Reale questo racconto prende forma attraverso oltre 200 opere e documenti, provenienti da importanti collezioni internazionali, tra cui la Fundació Gala-Salvador Dalí di Figueres, il Dalí Museum di St. Petersburg in Florida e il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid.
Ma non ci sono soltanto quadri.
Ed è proprio questo a rendere particolare la visita.
Accanto alle opere di Dalí si incontrano abiti, gioielli, fotografie, riviste, accessori e materiali legati alle grandi maison che hanno incrociato il suo percorso creativo: Schiaparelli, Chanel, Dior e Rabanne.
E improvvisamente diventa molto più facile capire quanto fosse contemporaneo il suo modo di pensare.

Il guardaroba di Gala e quello, decisamente più eccentrico, di Dalí
Uno degli aspetti che ho trovato più interessanti è il modo in cui la mostra racconta il guardaroba della coppia.
Gli abiti non sono semplicemente esposti come pezzi di moda, ma diventano parte della storia di due persone che hanno fatto della propria immagine una forma di espressione.
Il guardaroba di Gala comprende creazioni di Elsa Schiaparelli, Christian Dior, Coco Chanel, Pierre Cardin, Hubert de Givenchy, Gucci ed Emilio Pucci.
Quello di Dalí è naturalmente molto più eccentrico e teatrale: elementi legati alle sue performance, alle fotografie e alle sue apparizioni pubbliche raccontano un artista che sembra non avere mai smesso di reinventare se stesso.
E mentre cammini nelle sale ti accorgi di una cosa: per Dalí il vestito non serve soltanto a vestire il corpo ma a trasformarlo in una vera e propria opera d’arte.
La presenza di 26 busti sartoriali Bonaveri, scelti appositamente per l’allestimento, rende ancora più evidente questo dialogo tra il corpo reale e quello immaginato dall’artista.
Schiaparelli, Chanel, Dior: quando Dalí entra nel mondo della moda
Il rapporto con Elsa Schiaparelli è probabilmente uno dei capitoli più sorprendenti.
Nel 1936 Dalí realizza per lei la sua prima vetrina per il grande magazzino Bonwit Teller di New York. Da quel momento il suo immaginario entra sempre più nel mondo della moda, attraversando abiti, accessori, gioielli, tessuti, illustrazioni e campagne pubblicitarie.
È qui che compare anche uno degli episodi più iconici raccontati dalla mostra: l’Abito Aragosta, realizzato da Schiaparelli e Dalí e indossato da Wallis Simpson, fotografata da Cecil Beaton e poi immortalata sulle pagine di Vogue.
È un esempio perfetto di quello che Dalí aveva capito molto bene: un abito può diventare immagine, e un’immagine può diventare cultura popolare.
Anche il rapporto con Coco Chanel porta l’artista verso il teatro e la performance.
Nel 1939 Chanel collabora ai costumi di Bacchanale, produzione dei Ballets Russes de Monte Carlo per la quale Dalí realizza anche scenografia e libretto.
Pittura, moda, teatro e spettacolo cominciano così a confondersi.
E questa è forse una delle chiavi più interessanti per leggere l’intera mostra.

I gioielli di Dalí: il corpo diventa surrealista
Se c’è una parte dell’esposizione che mi ha fatto fermare più a lungo, è quella dedicata ai gioielli.
Qui il rapporto tra Dalí e il corpo diventa ancora più evidente.
Occhi, labbra, mani e altre parti anatomiche vengono trasformati in oggetti preziosi, quasi fossero frammenti di un corpo surrealista da ricomporre.
Tra i pezzi più iconici ci sono L’occhio del tempo, realizzato nel 1949 in platino e diamanti, e Labbra di rubino, in oro, rubini e perle.
Visti dal vivo, questi gioielli raccontano molto più di una semplice passione per il lusso.
Sono piccole sculture da indossare.
E ancora una volta Dalí dimostra di non avere confini troppo rigidi tra arte e vita quotidiana.
È anche uno dei momenti in cui si capisce meglio quanto il suo lavoro abbia anticipato alcune delle sperimentazioni della moda e del design contemporanei.
Una piccola chicca da non perdere? La “Giacca afrodisiaca” con i piccoli bicchierini di assenzio applicati sul tessuto. Un oggetto ironico e decisamente “alla Dalí”, dove la moda smette di essere semplicemente qualcosa da indossare e diventa una vera e propria provocazione.
Abiti, fotografia e performance: Dalí aveva già capito il potere dell’immagine
La mostra mi ha fatto pensare anche a quanto Dalí fosse consapevole del potere della fotografia.
Oggi siamo abituati a costruire un’immagine attraverso fotografie, video, social network e contenuti digitali.
Dalí lo faceva molto prima.
Il suo personaggio, i suoi baffi, gli abiti, Gala, le pose e le collaborazioni con fotografi e riviste diventano parte di una vera e propria narrazione.
Negli anni Sessanta questa ricerca arriva alla performance.
Tra il 1966 e il 1969 Dalí coinvolge modelle e performer nelle sue creazioni, anche in collaborazione con Paco Rabanne. Il corpo diventa così parte dell’opera e l’abito non è più soltanto qualcosa da guardare o indossare: diventa materia di una performance.
In alcune azioni l’artista dipinge persino all’interno di grandi bolle di plastica, trasformando colore, corpo, abito e spettacolo in un’unica esperienza.
È difficile, visitando la mostra, non pensare a quanto questo linguaggio sia ancora attuale.

La mia visita a Dalí e la Moda a Palazzo Reale
Sono entrata a Palazzo Reale aspettandomi una mostra su Dalí e la moda e sono uscita con la sensazione di aver visto soprattutto un altro modo di raccontare Dalí.
Non è una mostra che punta soltanto sui suoi dipinti più famosi.
Anzi, uno dei suoi punti di forza è proprio mettere le opere conosciute accanto a oggetti, fotografie e abiti che permettono di capire meglio la persona e il personaggio.
E questo rende il percorso molto dinamico.
Ci sono momenti in cui ti soffermi davanti a un dipinto e altri in cui sono un abito, una fotografia o un gioiello a catturare la tua attenzione.
La sensazione è quella di entrare progressivamente nella sua testa, in quel mondo un po’ folle e teatrale in cui niente è davvero soltanto ciò che sembra.
E poi c’è Milano. Ho trovato particolarmente azzeccata la scelta di inaugurare la mostra durante la Milano Fashion Week, perché qui il rapporto tra arte e moda non è raccontato come qualcosa di distante o appartenente soltanto al passato. È un dialogo che continua ancora oggi.
Tre motivi per vedere la mostra Dalí e la Moda
Se state pensando di visitarla, secondo me ci sono almeno tre buoni motivi per farlo.
Il primo: perché permette di scoprire un Dalí diverso da quello dei libri di storia dell’arte. Un Dalí più teatrale, ironico, ossessionato dall’immagine e dalla costruzione dell’identità.
Il secondo: perché il percorso mette insieme linguaggi diversi. Pittura, fotografia, moda, gioielleria, cinema e performance convivono e si completano.
Il terzo: perché è una mostra che parla anche al presente. Il modo in cui Dalí costruiva il proprio personaggio, trasformava il corpo e utilizzava la moda per comunicare è sorprendentemente vicino al modo in cui oggi costruiamo e raccontiamo la nostra immagine.
E forse è proprio questo l’aspetto che mi è rimasto più impresso.
Dalí aveva capito che non siamo soltanto ciò che indossiamo, ma anche l’immagine che scegliamo di costruire attraverso quello che indossiamo.

Informazioni utili
La mostra Dalí e la Moda è ospitata a Palazzo Reale di Milano dal 24 settembre 2026 al 31 gennaio 2027.
Il percorso riunisce oltre 200 opere tra dipinti, disegni, fotografie, abiti, gioielli, accessori, oggetti e filmati, molti dei quali mai esposti prima in Italia.
La mostra è promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale, MondoMostre e Civita Mostre e Musei, in collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí.
Per me è una di quelle mostre che vale la pena vedere senza avere necessariamente una preparazione specifica su Dalí o sulla storia della moda: basta lasciarsi guidare dalle immagini e dalle connessioni che si creano lungo il percorso.
E, soprattutto, uscire da Palazzo Reale chiedendosi quanto di quello che oggi consideriamo “moderno” Dalí avesse già immaginato quasi un secolo fa.

L’articolo “Dalí e la Moda a Palazzo Reale” nasce dall’esperienza e dal progetto condiviso con Civita Mostre Musei

