“Cambiamo punto di vista. Ho smesso di dirmi dove sarei potuto essere in questo periodo. Ho iniziato invece a pensare come posso sfruttare al meglio ogni giorno, accettando queste regole del gioco.”
Marco Mengoni – 25 ottobre 2020


Fa male vedere da lontano la saracinesca abbassata del nostro ristorante del cuore. A me è successo con l’Indiano sotto casa. Il comfort food delle giornate amare. Ho infatti sempre pensato che il curry potesse curare tutti i mali.
Ma a settembre non ha riaperto. Doveva diventare altro. Ma per ora è tutto chiuso e con le nuove indicazioni sarà ancora più difficile vedere quella piccola realtà ripartire.

Fanno male le insegne spente, così come i menu del giorno spariti di colpo, sostituiti dai cartelli che avvisano dell’obbligo temporaneo di chiusura a causa dell’emergenza sanitaria.

Eppure in cuor nostro lo sappiamo: questo terribile momento finirà, e quei tavoli che oggi prendono polvere dietro le vetrine oscurate torneranno a ospitare le nostre cene, i nostri brindisi, i nostri «me lo fai assaggiare, per favore?». Presto, molto presto, o almeno così speriamo tutti quanti.


Il nuovo DPCM, uscito il 25 Ottobre, sta mettendo a dura prova tutte le attività che hanno a che fare con la ristorazione (e non solo), con il serio pericolo che questi luoghi non riescano a superare indenni questo periodo di chiusura. Morale della favola, rischiamo di non trovare più i nostri posti del cuore quando potremo riprendere una vita più tranquilla e i contagi diminuiranno.

Ma cosa si può fare per aiutare le attività che stanno vivendo questa situazione così complessa da tanti punti di vista?



La strada della delivery

Tanti ristoranti prima di marzo e tantissimi dopo si sono attrezzati per la delivery o l’asporto: per cibo e vino aggiungerei.
Non solo, ma in molti hanno addirittura creato kit “di sopravvivenza” o “degustazione”.
Altri ancora hanno inventato il concetto di “dark kitchen” e aprendo o riaprendo solo con delivery autogestito o affidandosi a portali e app che consegnano a domicilio.

Informiamoci sul sito o sui social del nostro ristorante preferito e facciamoci arrivare a casa uno dei nostri piatti del cuore. Fa bene a noi, soprattutto alla fine delle giornate stressanti, e fa bene ai commerci.


Valorizziamo il quartiere

Che sia per la colazione al bar, per il pranzo in mezzo allo smart working o una pausa di metà pomeriggio intorno alle nostre case ci sono sicuramente realtà, che ben conosciamo, e che hanno bisogno del nostro aiuto.

ristoranti covid

Il sabato mattina, ad esempio, amo sentire il caffè borbottare nella moka, fare colazione con calma, e concedermi le brioches fragranti del bar. Così scendo a prendere i cornetti nel piccolo bar sotto casa, faccio quattro chiacchiere con i proprietari e lascio il posto ad altri avventori, ma nel frattempo ho fatto la mia parte.

Sono certa che bar, ristoranti e pub del vostro quartiere vi ringrazieranno.


Il brunch

Nessuno è immune dalla crisi, e questo fa sì che molti ristoranti e bar inizino a reinventarsi completamente.
Negli ultimi anni a Milano soprattutto è accaduto con la formula del Brunch.

Fusione dei termini inglesi breakfast e lunch, il brunch nasce dalle colazioni che precedono le battute di caccia nell’Inghilterra di fine Ottocento. Ma lo si ritrova anche come usanza di lusso negli hotel più fancy di New York a partire dagli anni ‘30 e, infine, eccolo sbarcare nelle città italiane come sfizio o coccola della domenica. In questo suo peregrinare in giro per tutto il mondo, il brunch ha fatto incetta delle più disparate abitudini alimentari – dall’internazionale al regionale – inventandone anche di nuove, a partire dai cocktail come i celebri Bloody Mary e Mimosa.

È una formula più corposa del classico cappuccio e brioches che permette anche di passare più tempo, a lavorare e studiare, nei bar che lo permettono e fa si che gli stessi possano avere più entrate.

Poi caffè americano, pancake e avocado toast hanno anche il privilegio di farci sentire un po’ in giro per il mondo. Attività che almeno qui manca parecchio.


Il pranzo della domenica

Tasto dolente dibattuto tantissimo dal DPCM tenere i locali aperti la domenica.
Quindi senza assembramenti, con le dovute attenzioni e privilegiando coloro che rispettano i dettagli di sicurezza e distanziamento, utilizziamo il pranzo della domenica per mangiare fuori. Scoprire un quartiere nuovo delle nostre città, e aiutare chi senza di noi non potrà sopravvivere.

ristoranti covid

Si chiama reciprocità. Un modo per non lasciare soli i ristoratori, ampliare i confini, anche se rispetto ad un anno fa sono diventati molto più piccoli e fare la nostra parte, perché con lo scontro tra categorie, scuole e palestre, “movida” e grande distribuzione, supermercato sotto casa e centro commerciale, “apriamo tutto” o “chiudiamo tutto” non si va proprio da nessuna parte.

Ultimo consiglio

Provate a consigliare voi i ristoratori, i proprietari di bar e pub qualche novità da mettere in atto, raccontate esperienze virtuose che avete conosciuto in giro per il mondo o per l’Italia, aiutateli con il passaparola, con qualche recensione sui social e condividete idee.

Alle volte, soprattutto nei momenti di difficoltà non si ha visione d’insieme o si è molto spaventati quindi il rischio è non essere capaci di prendere iniziative che potrebbero aiutarci. Facciamo rete con i ristoratori che ci hanno sempre accolto nel migliore dei modi nei loro locali.

Immagini di UNSPLASH

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